Angelo Nuzzo
Intervista ad Angelo Nuzzo - DEASS
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Angelo Nuzzo, docente SUPSI, presenta la ricerca "Disabilità e vita indipendente? Si può fare. Linee guida per progettare e vivere una vita indipendente”, che ha coinvolto 18 esperienze attive in Lombardia e in Ticino, illustrandone l’importanza in termini di innovazione e trasformazione culturale nel settore della disabilità.
La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità sollecita le istituzioni e gli operatori sociali a promuovere cambiamenti culturali e organizzativi in grado di modificare quelle rappresentazioni limitative che bloccano la co-costruzione di un progetto di vita evolutivo, cristallizzando l’utenza all’interno di percorsi standardizzati in base alle abilità possedute, alle classificazioni del livello di gravità e alle tipologie di prestazioni e servizi presenti.
Dare centralità ed esplicito riferimento alla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con disabilità-CDPD (New York, 2006, ratificata dall’Italia nel 2009 e dalla Svizzera nel 2014) all’interno delle istituzioni, significa operare un vero e proprio cambio di paradigma, riconoscendo non soltanto i diritti all’uguaglianza e al rispetto delle diversità, ma soprattutto promuovendo i diritti di autodeterminazione, inclusione, coinvolgimento e partecipazione delle persone con disabilità nelle scelte che riguardano la propria vita.
Risulta per questo fondamentale per i servizi, le istituzioni e i professionisti adottare una prospettiva di tipo inclusivo, che sappia interrogare e modificare – laddove non risultino adeguate e funzionali a tale scopo – le regole organizzative, le scelte progettuali, le metodologie, le prassi d’intervento e gli stili relazionali adottati dagli operatori.
Quella della Convenzione ONU è una sfida che interroga quindi la società a tutti i suoi livelli; nella vicina Italia è stata colta da ANFFAS Lombardia al fine di costruire linee guida in grado di far evolvere i servizi in ottica inclusiva e di miglioramento della Qualità di Vita delle persone con disabilità e delle loro famiglie.
Ricordiamo il Progetto Interreg Italia-Svizzera “INCLUDI, la disabilità non ha barriere” (2018-2022), che ha visto protagonisti oltre ad ANFFAS Lombardia anche atgabbes quale capofila svizzero e Pro Infirmis quale partner principale. Tra le attività svolte in modalità transfrontaliera, sottolineiamo la ricerca-azione “Disabilità e vita indipendente? Si può fare. Linee guida per progettare e vivere una vita indipendente”, che ha coinvolto 18 esperienze attive in Lombardia e in Ticino.
Proprio lo scorso novembre, Anffas Lombardia ha presentato il report finale di un’ulteriore ricerca-azione che ha continuato l’approfondimento della riconversione in chiave inclusiva dei servizi semi-residenziali e dell’abitare.
Cogliamo l’occasione per chiedere ad Angelo Nuzzo, membro del Team di Ricerca Anffas Lombardia e già docente professionista SUPSI, di presentarci quest’ultima ricerca, illustrandone l’importanza in termini di innovazione e trasformazione culturale nel settore della disabilità.
Dare centralità ed esplicito riferimento alla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con disabilità-CDPD (New York, 2006, ratificata dall’Italia nel 2009 e dalla Svizzera nel 2014) all’interno delle istituzioni, significa operare un vero e proprio cambio di paradigma, riconoscendo non soltanto i diritti all’uguaglianza e al rispetto delle diversità, ma soprattutto promuovendo i diritti di autodeterminazione, inclusione, coinvolgimento e partecipazione delle persone con disabilità nelle scelte che riguardano la propria vita.
Risulta per questo fondamentale per i servizi, le istituzioni e i professionisti adottare una prospettiva di tipo inclusivo, che sappia interrogare e modificare – laddove non risultino adeguate e funzionali a tale scopo – le regole organizzative, le scelte progettuali, le metodologie, le prassi d’intervento e gli stili relazionali adottati dagli operatori.
Quella della Convenzione ONU è una sfida che interroga quindi la società a tutti i suoi livelli; nella vicina Italia è stata colta da ANFFAS Lombardia al fine di costruire linee guida in grado di far evolvere i servizi in ottica inclusiva e di miglioramento della Qualità di Vita delle persone con disabilità e delle loro famiglie.
Ricordiamo il Progetto Interreg Italia-Svizzera “INCLUDI, la disabilità non ha barriere” (2018-2022), che ha visto protagonisti oltre ad ANFFAS Lombardia anche atgabbes quale capofila svizzero e Pro Infirmis quale partner principale. Tra le attività svolte in modalità transfrontaliera, sottolineiamo la ricerca-azione “Disabilità e vita indipendente? Si può fare. Linee guida per progettare e vivere una vita indipendente”, che ha coinvolto 18 esperienze attive in Lombardia e in Ticino.
Proprio lo scorso novembre, Anffas Lombardia ha presentato il report finale di un’ulteriore ricerca-azione che ha continuato l’approfondimento della riconversione in chiave inclusiva dei servizi semi-residenziali e dell’abitare.
Cogliamo l’occasione per chiedere ad Angelo Nuzzo, membro del Team di Ricerca Anffas Lombardia e già docente professionista SUPSI, di presentarci quest’ultima ricerca, illustrandone l’importanza in termini di innovazione e trasformazione culturale nel settore della disabilità.
Perché è così importante fare ricerca e perché Anffas promuove questi percorsi?
Nella rete ANFFAS della Lombardia, la sfida della Convenzione ONU è stata raccolta intraprendendo dal 2009 percorsi di analisi dei servizi per la disabilità, per valutare in che misura la loro gestione e organizzazione fossero coerenti con i dettati della Convenzione, per ricercare i vincoli dei modelli di riferimento utilizzati, ma anche per valorizzare le buone pratiche esistenti, le possibili complementarietà con nuovi modelli e la costruzione di linee d’indirizzo in grado di evolvere i servizi in ottica inclusiva e di miglioramento della qualità di vita delle persone con disabilità. L’idea di fondo è che proprio dal sistema dei servizi alla persona – in quanto insieme di luoghi abitati da persone con disabilità con diversi livelli di complessità, da operatori, da familiari, costantemente in interazione non solo tra loro ma anche con il sistema istituzionale che imposta e governa i processi di sviluppo delle comunità – devono provenire esperienze di ricerca, confronto e sperimentazione.
È grazie alla ricerca sul campo che è possibile scoprire, precisare e definire contenuti, metodologie e livelli di qualità riconoscibili come buone prassi e comunità di pratiche in grado di orientare e sostenere l’innovazione, la cultura inclusiva, le pratiche partecipative e – in definitiva – la qualità di vita non solo delle persone con disabilità e dei famigliari, ma anche degli operatori sociali.
Come associazione che gestisce direttamente – o attraverso enti a marchio Anffas – servizi per la disabilità, risulta perciò impossibile sottrarsi alla necessità di ricercare e analizzare quali coerenze o incoerenze si ritrovano nel passaggio tra il dire, ovvero i riferimenti teorici, valoriali e le finalità dichiarate, il fare, cioè le prassi generate nei servizi, e i risultati, gli effetti generati sulle vite delle persone coinvolte e sulle rappresentazioni rimandate all’interno dei contesti sociali e culturali.
Questo atteggiamento di fondo è per Anffas il modo più concreto per interrogarsi, confrontarsi e valutarsi, nonché per ricercare i punti di tenuta e le criticità presenti e di identificare gli ostacoli per poterli rimuovere grazie all’utilizzo di indicatori di appropriatezza e adeguatezza orientati a valutare l’efficacia dei sostegni, degli esiti delle azioni messe in campo e delle ricadute sulla qualità della vita delle persone.
La ricerca promossa da Anffas Lombardia è perciò una proposta originale di passaggio all’azione di un processo trasformativo dei servizi per la disabilità, i cui risultati sono collocabili nell’ampio panorama di studi, ricerche e buone pratiche a sostegno dei cambiamenti in atto, rappresentando un valido strumento concretamente applicabile dalle Istituzioni, dai Servizi e dalle équipe operative per l’avvio di quella progressiva trasformazione dei servizi auspicata ormai da quasi 20 anni dalla Convenzione ONU, ma ancora lontana dall’essere concretamente attuata o quantomeno avviata attraverso azioni di sistema.
Qual è il ruolo della ricerca ed in particolar modo della ricerca-azione, nella trasformazione degli sguardi e delle pratiche professionali?
In una società sempre più complessa e mutevole come quella attuale, le sfide che il sistema di welfare deve fronteggiare richiedono un continuo aggiornamento delle risposte volte a sostenere le persone, le famiglie e i gruppi che vivono in difficoltà. La ricerca in campo sociale è in questo senso uno strumento in grado di sostenere l’intero sistema di welfare – dalla politica alle istituzioni pubbliche, dagli enti che gestiscono servizi agli operatori – per intraprendere percorsi finalizzati a comprendere sia qual è il livello di efficacia e di efficienza delle scelte fatte a monte – e dell’agire conseguente – rispetto agli obiettivi prefissati, sia per ricercare i correttivi necessari per introdurre aggiornare politiche e interventi.
La ricerca-azione, in quanto metodologia caratterizzata dalla generatività reciproca e circolare tra ricerca e azione, rappresenta un buon agente per comprendere cosa è opportuno cambiare: la ricerca si alimenta grazie all'azione, mentre l'azione promuove il cambiamento grazie alla ricerca.
Il coinvolgimento attivo e partecipativo dei diversi attori che vivono il contesto o il sistema indagato permette di conoscere, esaminare e analizzare le esperienze prodotte, le percezioni e le pratiche messe in campo, le connessioni e le coerenze tra teoria e pratica, tra obiettivi e risultati, con lo scopo di comprenderne sia i punti di eccellenza che le criticità, valorizzando e sviluppando gli apprendimenti dall’esperienza e i saperi che vengono generati, identificando le pratiche, le competenze, le progettualità e le potenzialità evolutive per promuovere il cambiamento.
La ricerca-azione permette ai soggetti coinvolti – nel caso della nostra ricerca responsabili di strutture, operatori, persone con disabilità, familiari, referenti delle istituzioni pubbliche – di prendersi uno spazio di riflessività: spesso chi si occupa di care è così preso dall’azione che non riesce a ricavarsi spazi per valutare e attribuire significato alla sua azione: poter partecipare ad un percorso di ricerca favorisce invece l’auto-riflessività che, sappiamo bene, è il primo passo per introdurre cambiamenti personali e stimolare trasformazioni organizzative. Ad esempio, la partecipazione come co-ricercatore di chi opera all’interno dei servizi è importante non solo perché permette di raccogliere informazioni di qualità, ma anche perché attiva quei processi di auto-riflessività che fanno emergere quella conoscenza tacita e implicita tipica dei professionisti che, se condivisa e rimessa in circolo, produce consapevolezza, apprendimento e cambiamento. Lo stesso vale per il coinvolgimento e la valorizzazione dei cosiddetti utenti e dei loro famigliari e caregiver, includendo nel processo di costruzione della conoscenza quel sapere per esperienza che, per quanto costitutivamente diverso dal sapere della scienza, è altrettanto importante e complementare, soprattutto nel campo dei servizi per la persona e del welfare in generale.
Entrando nel merito e nei contenuti dell’ultima ricerca-azione, quali sono state le motivazioni che vi hanno indotto a promuoverla, quali gli obiettivi?
La principale motivazione della ricerca nasce da una generale insoddisfazione verso l’attuale sistema dei servizi per la disabilità, che sostanzialmente è ancora basato su una rete territoriale di strutture concepite alla fine degli anni ‘70 del secolo scorso. Un sistema rigido e prestazionale, a forte connotazione abilista e sanitaria, dove la settorializzazione degli specialismi e la frammentazione degli interventi tra diverse autorità amministrative crea disallineamenti rispetto ai bisogni ed agli obiettivi del Progetto di Vita. Tutto ciò nonostante la presenza di un tessuto normativo nazionale e regionale che – dopo la piena adesione alla Convenzione ONU sui diritti per le persone con disabilità – è oggi particolarmente avanzato e vanta la presenza di numerosi percorsi di innovazione e sperimentazione sociale territoriale caratterizzati da interventi in chiave inclusiva basati sulla progettazione personalizzata.
La ricerca nasce quindi dalla volontà di individuare, all’interno di un campione di servizi socio-sanitari e sociali rivolti alle persone con disabilità della Rete di Anffas Lombardia (che ha circa 4.000 persone in carico), la presenza di esperienze, metodologie e prassi che vadano oltre i confini della standardizzazione prestazionale e possano essere riconducibili ai modelli della Qualità di Vita e del Progetto di Vita, in modo da poterne analizzare gli esiti e identificare i punti di forza e le criticità. La prospettiva, infatti, è quella di una riqualificazione dell’intero sistema dei servizi per la disabilità, basata su una maggiore flessibilità e un aggiornamento dei modelli di funzionamento più orientati all’inclusione e basati sulla partecipazione e autodeterminazione della persona e della famiglia. Gli obiettivi generali della ricerca sono stati quattro.
Il primo è stato la costruzione di linee di indirizzo – da riportare nelle sedi istituzionali regionali – in grado di ricomporre azioni e risorse in una visione prospettica di Progetto di Vita, al fine di migliorare la Qualità di Vita dei diversi soggetti coinvolti superando l’attuale frammentazione dell’assistenza sanitaria e sociale territoriale.
Un secondo obiettivo era strettamente legato alla necessità di superare la segmentazione degli interventi, dove la sede del servizio assume una centralità esclusiva nella vita delle persone con disabilità, mentre i contesti sociali e le comunità di appartenenza non sono considerati come elementi fondamentali della vita delle persone e le risorse informali presenti non vengono contemplate e valorizzate.
Il terzo obiettivo è stato la realizzazione – per ogni linea d’indirizzo – di un set di indicatori per fornire a servizi e operatori strumenti innovati e adeguati a organizzare e valutare i progetti, il loro operato e gli esiti in chiave inclusiva, innovando sia il processo di co-progettazione in una logica dialogica e condivisa, sia i contenuti del Progetto Individuale, superando la riproposizione di risposte standardizzate, preconfezionate e che si perpetuano nelle stesse modalità per tutto l’arco della vita, ostacolando il passaggio della persona con disabilità nel mondo dell’adultità.
Il quarto obiettivo è stato la costruzione di proposte di miglioramento degli elementi strutturali, organizzativi e gestionali dei servizi per la disabilità nella logica di garantire l’effettiva realizzazione del Progetto di Vita.
Rispetto alle indicazioni vincolanti della Convenzione ONU a che punto sono i Servizi rivolti alle persone con disabilità?
La ricerca ha messo in luce un quadro che presenta aspetti decisamente positivi, i quali indicano come l’approccio alla disabilità della Convenzione ONU non sia solo un insieme di auspici idealistici e irrealizzabili, come ancora si sente dire, ma possa invece trovare concretezza e fattibilità laddove vi sia l’intenzione di mettere in discussione i riferimenti culturali e metodologici d’intervento, rimuovendo quegli ostacoli che non permettono il godimento dei diritti e delle libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità.
A titolo di esempio di quanto affermato, è emerso che a una maggiore presenza di riferimenti ai modelli della partecipazione, dell’autodeterminazione, della valorizzazione delle aspettative, dell’inclusione sociale, di attenzione ai diversi elementi fondamentali del benessere e della qualità di vita, corrisponde un maggior grado di soddisfazione dei diversi attori e una percezione generale di benessere, così come una maggiore motivazione ad attivarsi e a cooperare nel raggiungimento degli obiettivi condivisi.
Sia le persone con disabilità che le famiglie hanno espresso soddisfazione e disponibilità nell’aderire a un patto di corresponsabilità nella co-costruzione del Progetto di Vita personalizzato laddove vengono coinvolte attivamente in processi partecipativi, in particolare se sono raccolte le loro aspettative e le preoccupazioni, le preferenze e le loro proposte, se sono negoziati e condivisi gli obiettivi, se viene valorizzato il sapere esperienziale maturato dai famigliari nel corso degli anni.
È emersa naturalmente anche la presenza di criticità ancora irrisolte. Alcune sono di sistema, legate fondamentalmente alla standardizzazione degli interventi che rende difficile e faticosa una reale e piena personalizzazione del progetto individuale per via delle rigidità imposte dalle norme sulla tipologia e funzionamento dei servizi, dalle procedure, dagli strumenti di valutazione dall’instabilità delle risorse economiche e professionali. Altre sono maggiormente legate alle difficoltà nel riuscire a rispondere a quella che è la principale richiesta e aspettativa delle persone con disabilità e dei familiari: una maggiore apertura dei servizi ai contesti sociali esterni e un incremento quantitativo e qualitativo delle relazioni amicali attraverso il potenziamento delle attività inclusive in contesti comunitari (es. concerti, palestre, viaggi, luoghi di aggregazione ecc.) e maggiori opportunità di socializzazione e interazione con gli amici del centro in contesti esterni, dove poter esercitare l’autonomia e l’indipendenza.
Nel nostro Cantone, si vuole promuovere uno sguardo rinnovato sul tema dei Progetti di Vita, alla luce del paradigma della Qualità di Vita. Pensiamo per esempio al Convegno “Promuovere la Qualità di vita e l’Autodeterminazione attraverso progetti partecipati” proposto dal Gruppo Operativo 3 dell’Ufficio degli invalidi in collaborazione con SUPSI DEASS nel 2023. Quali sono le riflessioni e indicazioni emerse dalla ricerca-azione sul tema dei Progetti di vita personalizzati?
Occorre fare due premesse.
La prima: tutte le persone con disabilità hanno già oggi un progetto di vita. Un progetto di vita solitamente caratterizzato da un futuro statico e predefinito a monte da una diagnosi che predetermina il percorso della propria vita, gli spazi e le esperienze. Un progetto di vita in cui un servizio può diventare il contesto di vita per decenni, dove i ritmi di vita sono scanditi dalla ripetizione di attività che rischiano di diventare riti afinalistici. Un progetto privo quindi di aspettative evolutive, che si focalizza sugli aspetti deficitari della persona, ignorando la possibilità di altri contesti di vita in cui sviluppare e agire relazioni, esperienze e la propria identità.
La seconda premessa è che avere un progetto di vita non significa necessariamente poter predeterminare con assoluta certezza quello che avverrà nel corso della propria vita. Al contrario, significa poter immaginare che la propria esistenza abbia un futuro evolutivo e dinamico, alimentato da un orizzonte di aspettative, da realizzare attraverso nuove esperienze da condividere con altre persone, in contesti sociali diversi dove costruire legami e senso d’appartenenza, potendo agire le proprie competenze usufruendo di eventuali sostegni con la percezione di riuscire a ricoprire dei ruoli socialmente riconosciuti e di sentirsi inclusi in diverse comunità.
Per le persone con disabilità, soprattutto se cognitiva o del neuro-sviluppo, poter immaginare di avere un progetto di vita dal futuro dinamico presenta diversi elementi di criticità, per via di un’idea socialmente diffusa che esse non potranno mai essere in grado di provvedere a sé stesse, di essere indipendenti e agire in piena autonomia al punto da poter autodeterminare la propria vita. Un’idea che diventa l’ostacolo principale a riconoscere loro il diritto di essere considerate fino in fondo prima bambini e poi giovani, adulti e infine anziani, bloccate nella dimensione cristallizzata e atemporale della non autosufficienza, in uno sviluppo fissato su una certa fase – quella di eterno bambino – in cui si negano le transizioni che segnano le fasi della vita lungo lo scorrere del tempo e sul cambiamento che ciò comporta in termini di percezione di sé, di aspettative, di bisogni e di richieste.
Affrontare e superare questi ostacoli dovrebbe essere il primo passo da parte delle Istituzioni, dei Servizi e degli Operatori per orientare la riqualificazione dei servizi. Una delle linee d’indirizzo emerse dalla ricerca-azione, in questo senso, è Il Progetto di Vita personalizzato e partecipato, il quale sottolinea come occorra mettere ogni persona con disabilità nelle condizioni di poter realizzare un proprio percorso di vita attraverso i sostegni necessari, con interventi costruiti in considerazione delle proprie aspettative e dei propri bisogni di sostegno. I servizi, allora, non vengono quindi più intesi come i luoghi esclusivi della vita delle persone, ma come strutture che supportano e sostengono l’idea ed il progetto per la vita adulta: dei servizi al servizio di un percorso di vita personale, costruito e co-progettato insieme ai diretti interessati in forma dialogica, partecipata e attiva, generativa di opportunità, tenendo conto delle aspettative di vita e dei bisogni di sostegno di ciascuna persona.
Uno degli indicatori emersi per sostenere le pratiche per la costruzione del progetto di vita è che deve essere sia personalizzato sia di comunità. Questi due aspetti devono andare insieme, non è possibile pensare a un progetto personalizzato che riguardi solo la persona e non il contesto sociale.
Un altro indicatore sottolinea quanto sia fondamentale lavorare per la costruzione di un'alleanza diversa con i famigliari e con le persone con disabilità: non si può fare nulla senza i diretti interessati, perciò dal punto di vista sociale, e non tanto amministrativo, il servizio sociale pubblico, i gestori e gli operatori dei servizi devono sempre verificare che le persone con disabilità e i familiari siano realmente co-progettanti.
Nella sostanza questo significa passare dal progetto individuale al progetto di vita individuale personalizzato e partecipato.
Per visionare la ricerca-azione:
https://www.anffaslombardia.it/media/RICERCA-AZIONE-2024_DEF.pdf
https://www.anffaslombardia.it/media/RICERCA-AZIONE-2024_DEF.pdf
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intervista a cura di Donatella Oggier Fusi e Simone Romeo, docenti professionista