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Imparare a fare domande: la nuova sfida della cultura secondo Luigi Di Corato - Blog Formazione continua
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- Imparare a fare domande: la nuova sfida della cultura secondo Luigi Di Corato
Ci sono dirigenti culturali che parlano di pubblico come si parla di statistiche. E poi ce ne sono altri che, invece, parlano di persone. Luigi Di Corato appartiene decisamente alla seconda categoria. Direttore della Divisione Cultura della Città di Lugano, una lunga esperienza tra istituzioni, progetti e innovazione culturale, Di Corato oggi ha scelto di rimettersi sui banchi, seguendo il percorso di Formazione continua in Tecniche di Counseling.
Una scelta che, a sentirlo parlare, non ha nulla di ornamentale o accademico: è quasi una necessità civile. Perché, ci dice, in un tempo saturo di risposte immediate, forse la vera urgenza è tornare a imparare a fare domande.
“Sono sicuramente più le cose che ho da imparare che quelle che ho da insegnare” , racconta quasi subito. “Il mondo è complesso, è in continua mutazione, i punti di riferimento che avevamo anche solo dieci anni fa sono completamente cambiati. E chi lavora nella cultura, soprattutto in ruoli pubblici, ha il dovere di restare sintonizzato sulle trasformazioni della società” . Per lui il rischio più grande è sentirsi troppo sicuri delle proprie competenze. “È necessario mettersi continuamente in discussione. Non solo aggiornarsi, ma avere il coraggio di riconoscere i propri punti deboli” .
Nelle tecniche di counselling, Luigi Di Corato ha visto quindi uno strumento concreto per affrontare una società che lui descrive come sempre più aggressiva e frammentata. “Viviamo in un mondo sempre più arroccato su posizioni contrapposte, in cui il conflitto non è solo tra eserciti ma anche nelle relazioni sociali. Le strutture sociali sono diventate fragili. E allora servono strumenti nuovi per rimettere l’altro al centro” . Parlando, Di Corato torna continuamente su un’idea: la cultura non può più limitarsi a produrre contenuti. “La cultura ha una funzione sociale fondamentale. Deve essere al servizio delle comunità” . E questo implica anche un cambio di paradigma nelle istituzioni culturali: “Non basta chiedersi cosa siamo in grado di offrire. Bisogna chiedere alle persone di cosa hanno bisogno. Se non ascolti il tuo interlocutore, tutto diventa poco sostenibile e anche poco interessante” .
Il percorso di counseling, spiega, gli ha dato soprattutto un metodo: “Una struttura, una mappa, la possibilità di costruire domande utili” . Domande che oggi stanno diventando centrali anche in un progetto sperimentale che Lugano sta portando avanti insieme, USI, IBSA Foundation per la ricerca scientifica e SUPSI ,con i centri di ricerca CCA e CReS : “Stiamo lavorando con cento persone over 65 affette da sindrome metabolica. E la domanda da cui partiamo è semplicissima: Cosa è importante per te? ". È una domanda apparentemente minima, ma che cambia completamente prospettiva. “La medicina oggi ha capito che è sempre più importante far riferimento al modello biopsicosociale: finalmente non esiste solo la patologia, esiste soprattutto la persona nella sua interezza. La solitudine, il contesto di vita, la condizione economica, le relazioni sociali incidono profondamente sul benessere” . E la cultura, secondo lui, può avere un ruolo decisivo. “Gli studi dimostrano che la cultura può aiutare nella risocializzazione delle persone, nel ricostruire relazioni, nel riavvicinare gli individui agli altri. Tutto ciò ha a che fare con le condizioni di salute. Ma questo può accadere solo se impariamo davvero ad ascoltare” .
Quando il discorso si sposta sull’intelligenza artificiale e sulla velocità con cui oggi consumiamo informazioni, Di Corato rallenta ancora di più il ritmo delle parole. “Siamo bombardati da risposte. L’intelligenza artificiale ci abitua ad averle subito. Ma torno a dire che il vero tema è riuscire a fare le domande giuste” . Per lui la consapevolezza nasce proprio lì: “Nella capacità di interrogarsi continuamente. Anche accettando che alcune domande non abbiano risposta”. È una forma di allenamento al dubbio, quasi. “Bisogna restare aperti al cambiamento. Sempre”.
Anche il ruolo delle istituzioni, dice, dovrebbe partire da questo principio. “I cittadini non sono semplicemente utenti. Sono portatori di interesse, ma anche, simbolicamente, azionisti delle istituzioni pubbliche ”. Per questo il rapporto con il pubblico non può essere verticale. “Chiedere alle persone cosa è importante per loro, non significa inseguire ogni aspettativa, ma costruire un equilibrio tra ascolto e capacità di proporre nuove visioni” .
E il pubblico, nel frattempo, è cambiato profondamente. “Non è più soltanto qualcuno che compra un biglietto e ascolta passivamente. Oggi sempre più spesso è coautore o co-curatore di contenuti ”. Le persone, osserva, producono sapere, condividono esperienze, costruiscono narrazioni. “Le istituzioni devono imparare a valorizzare questa ricchezza”. Poi usa una metafora che restituisce bene il suo modo di pensare la comunità: “La società è come un bosco. Un insieme di ecosistemi diversi che convivono. Il nostro compito è permettere a ciascuno di esprimere la propria identità” . Anche sui social network evita le letture troppo facili. “Hanno sicuramente prodotto distorsioni, ma hanno anche avuto il merito di rimettere le persone in contatto con la scrittura, con la produzione di immagini, con l’espressione personale ”. Certo, aggiunge, spesso manca una vera capacità critica. “Ma sono strumenti ancora giovani. Forse dobbiamo imparare a educarci al loro utilizzo, non semplicemente a demonizzarli”.
Quando gli si chiede se guardando indietro cambierebbe qualcosa del suo percorso, sorride. “Forse sì. Ma non credo sia questo il punto” . Per lui conta soprattutto la capacità di trasformare anche gli errori in esperienza utile. “La cosa importante è imparare anche dagli errori e usare quell’esperienza per affrontare qualcosa che ancora non possiamo prevedere”.
E il futuro? “Lo guardo con grandissima curiosità” . Poi torna, ancora una volta, all’idea della sperimentazione, quasi fosse una postura esistenziale prima ancora che professionale. “Questi percorsi servono soprattutto a provare. Come diceva l’Accademia del Cimento: provando e riprovando. È così che si cresce”.
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Tecniche di counselling nella relazione di aiuto
Il counselling è un intervento effettuato da un professionista appositamente formato, si basa su capacità relazionali e ha come scopo principale di aiutare le persone ad aiutarsi. Il counselling offre orientamento o sostegno non-direttivo a singoli individui o a gruppi, favorendo lo sviluppo e l’utilizzazione del loro potenziale.
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