Salute femminile e riabilitazione: intervista a Gráinne Donnelly - Blog Formazione continua
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Quasi un mese fa, i partecipanti al CAS Salute femminile e riabilitazione hanno potuto seguire una lezione speciale. In aula, una voce internazionale che da anni lavora per portare la salute pelvica fuori dai margini e dentro la pratica clinica quotidiana: Gráinne Donnelly.
Fisioterapista clinica esperta, lavora in Irlanda del Nord, forma professionisti in tutta Europa. Il suo campo è la salute pelvica, ma sarebbe ingenuo pensare che si limiti a quello. Con Donnelly si parla di evidenze scientifiche, ovvio — ma anche di sistemi sanitari che non ascoltano, di corpi femminili trascurati, di educazione che dovrebbe iniziare molto prima e finire dopo.
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Gráinne Donnelly
Gráinne è tra le autrici delle linee guida britanniche sul ritorno alla corsa dopo il parto. Coordina progetti di ricerca. Insegna – anche nei corsi di Formazione continua SUPSI dell’area riabilitazione - scrive, supervisiona.
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Può raccontarci brevemente il suo percorso professionale?
Sono una fisioterapista clinica avanzata, specializzata in salute pelvica. Per tredici anni ho lavorato nel National Health Service del Regno Unito, dove negli ultimi tempi ho diretto il servizio dedicato alla salute pelvica. Oggi esercito in ambito privato e sto portando avanti un dottorato di ricerca. Mi occupo di ricerca clinica perché credo che serva proprio a questo: partire dalle domande che ci mettono in difficoltà nella pratica quotidiana e poi fungere da veicolo per accelerare la traduzione della ricerca nella pratica.
Lei è coautrice delle prime linee guida sul ritorno alla corsa dopo il parto—prima di allora non esisteva nulla. Da dove si comincia quando non c'è un quadro di riferimento esistente?
Quelle linee guida, pubblicate inizialmente come white paper, hanno segnato per me un passaggio importante: da fisioterapista clinica a fisioterapista che fa anche ricerca.
Ero frustrata. Non c’era nulla che potessimo usare come riferimento concreto per accompagnare le donne nel ritorno all’attività fisica e alla corsa dopo il parto. Così ho cominciato a fare domande, a cercare, a scavare nella letteratura scientifica — e a chiedermi cosa ci fosse, e cosa invece mancasse del tutto. Durante questo percorso ho incontrato Tom Goom, fisioterapista sportivo con un forte interesse per la corsa. All’inizio pensavamo di scrivere un semplice blog. Poi ci siamo accorti che l’assenza era totale. Non c’era proprio niente. Così il progetto ha cambiato forma, è cresciuto.
Emma Brockwell si è unita a noi, condividendo lo stesso interesse. Insieme abbiamo revisionato la letteratura disponibile, cercando di estrapolare indicazioni anche da ambiti affini. Prima della pubblicazione, abbiamo sottoposto il documento a un gruppo di revisione multidisciplinare, che ci ha restituito feedback critici molto utili. È stato un passaggio decisivo per rafforzarne la solidità. Oggi siamo felici di vedere che quel primo lavoro ha innescato un’ondata di studi e ricerche su un tema che prima non c’era — o meglio, che c’era, ma in silenzio.
Sono una fisioterapista clinica avanzata, specializzata in salute pelvica. Per tredici anni ho lavorato nel National Health Service del Regno Unito, dove negli ultimi tempi ho diretto il servizio dedicato alla salute pelvica. Oggi esercito in ambito privato e sto portando avanti un dottorato di ricerca. Mi occupo di ricerca clinica perché credo che serva proprio a questo: partire dalle domande che ci mettono in difficoltà nella pratica quotidiana e poi fungere da veicolo per accelerare la traduzione della ricerca nella pratica.
Lei è coautrice delle prime linee guida sul ritorno alla corsa dopo il parto—prima di allora non esisteva nulla. Da dove si comincia quando non c'è un quadro di riferimento esistente?
Quelle linee guida, pubblicate inizialmente come white paper, hanno segnato per me un passaggio importante: da fisioterapista clinica a fisioterapista che fa anche ricerca.
Ero frustrata. Non c’era nulla che potessimo usare come riferimento concreto per accompagnare le donne nel ritorno all’attività fisica e alla corsa dopo il parto. Così ho cominciato a fare domande, a cercare, a scavare nella letteratura scientifica — e a chiedermi cosa ci fosse, e cosa invece mancasse del tutto. Durante questo percorso ho incontrato Tom Goom, fisioterapista sportivo con un forte interesse per la corsa. All’inizio pensavamo di scrivere un semplice blog. Poi ci siamo accorti che l’assenza era totale. Non c’era proprio niente. Così il progetto ha cambiato forma, è cresciuto.
Emma Brockwell si è unita a noi, condividendo lo stesso interesse. Insieme abbiamo revisionato la letteratura disponibile, cercando di estrapolare indicazioni anche da ambiti affini. Prima della pubblicazione, abbiamo sottoposto il documento a un gruppo di revisione multidisciplinare, che ci ha restituito feedback critici molto utili. È stato un passaggio decisivo per rafforzarne la solidità. Oggi siamo felici di vedere che quel primo lavoro ha innescato un’ondata di studi e ricerche su un tema che prima non c’era — o meglio, che c’era, ma in silenzio.
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Com’è stato vedere le sue linee guida diventare uno standard globale?
È stato incredibile. A tratti persino travolgente.
Non ci aspettavamo un impatto di questa portata. Ma il fatto che siano state accolte così bene dice molto: c’era un vuoto enorme, e i professionisti — in tutto il mondo — erano affamati di indicazioni concrete. Penso che, essendo state scritte da clinici, le linee guida riflettessero la prospettiva e i bisogni reali della pratica quotidiana – forse è questo il motivo per cui hanno avuto così tanta risonanza a livello globale. Erano immediatamente applicabili nella pratica clinica.
In un’intervista ha parlato del coraggio di avere un’opinione—anche come professionista della salute. Ci racconta qualcosa in più? Magari un momento in cui parlare è stato difficile ma necessario?
Esprimere un’opinione clinica, oggi, è tutt’altro che semplice. Come professionisti clinici ci troviamo spesso a fare i conti con la sindrome dell’impostore. È difficile esporsi, soprattutto quando ci si confronta con opinioni forti, autorevoli, o molto diverse dalle proprie.
La medicina, del resto, non è mai assoluta: è piena di incognite, di lacune nella ricerca, di zone grigie. E proprio questo rende delicato prendere posizione. Quando abbiamo pubblicato le linee guida sul ritorno alla corsa dopo il parto, le reazioni non sono mancate. C’è stato chi le ha ritenute troppo caute. E chi le ha trovate troppo permissive. Tutti, comprensibilmente, portano con sé le proprie esperienze, convinzioni, pregiudizi.
Noi abbiamo cercato di restare fedeli a quello che la letteratura diceva in quel momento, e a cosa potesse significare davvero per la pratica clinica. Anche tra i revisori del nostro panel c’erano pareri opposti, ad esempio sul tempo medio raccomandato per il ritorno alla corsa dopo il parto. Pur cercando un compromesso, abbiamo comunque affrontato opinioni fortemente contrapposte dopo la pubblicazione. In casi come questo serve pelle dura. Ma soprattutto chiarezza sull’obiettivo: contribuire in modo onesto alla base di evidenze. E offrire strumenti utili a chi lavora sul campo.
Da allora la ricerca è andata avanti. Oggi sappiamo molto di più sul ritorno all’attività fisica e sportiva dopo il parto. E sappiamo anche che non esiste una risposta unica: serve un percorso personalizzato
È stato incredibile. A tratti persino travolgente.
Non ci aspettavamo un impatto di questa portata. Ma il fatto che siano state accolte così bene dice molto: c’era un vuoto enorme, e i professionisti — in tutto il mondo — erano affamati di indicazioni concrete. Penso che, essendo state scritte da clinici, le linee guida riflettessero la prospettiva e i bisogni reali della pratica quotidiana – forse è questo il motivo per cui hanno avuto così tanta risonanza a livello globale. Erano immediatamente applicabili nella pratica clinica.
In un’intervista ha parlato del coraggio di avere un’opinione—anche come professionista della salute. Ci racconta qualcosa in più? Magari un momento in cui parlare è stato difficile ma necessario?
Esprimere un’opinione clinica, oggi, è tutt’altro che semplice. Come professionisti clinici ci troviamo spesso a fare i conti con la sindrome dell’impostore. È difficile esporsi, soprattutto quando ci si confronta con opinioni forti, autorevoli, o molto diverse dalle proprie.
La medicina, del resto, non è mai assoluta: è piena di incognite, di lacune nella ricerca, di zone grigie. E proprio questo rende delicato prendere posizione. Quando abbiamo pubblicato le linee guida sul ritorno alla corsa dopo il parto, le reazioni non sono mancate. C’è stato chi le ha ritenute troppo caute. E chi le ha trovate troppo permissive. Tutti, comprensibilmente, portano con sé le proprie esperienze, convinzioni, pregiudizi.
Noi abbiamo cercato di restare fedeli a quello che la letteratura diceva in quel momento, e a cosa potesse significare davvero per la pratica clinica. Anche tra i revisori del nostro panel c’erano pareri opposti, ad esempio sul tempo medio raccomandato per il ritorno alla corsa dopo il parto. Pur cercando un compromesso, abbiamo comunque affrontato opinioni fortemente contrapposte dopo la pubblicazione. In casi come questo serve pelle dura. Ma soprattutto chiarezza sull’obiettivo: contribuire in modo onesto alla base di evidenze. E offrire strumenti utili a chi lavora sul campo.
Da allora la ricerca è andata avanti. Oggi sappiamo molto di più sul ritorno all’attività fisica e sportiva dopo il parto. E sappiamo anche che non esiste una risposta unica: serve un percorso personalizzato
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La sua attività online ha molto seguito. Negli ultimi anni abbiamo visto un’esplosione di contenuti sanitari sui social. Secondo lei, oggi siamo più informati o più confusi? Ci sono rischi nel comunicare la salute pelvica in formati semplificati? Dove si traccia il confine tra accessibilità e banalizzazione?
Sì, la sanità è ovunque sui social. E non sorprende: oggi è lì che le persone cercano risposte. Veloci, accessibili, a misura di scroll. Ma il problema è evidente: non esiste alcun filtro. Nessun controllo sulla qualità o sull’affidabilità delle informazioni che circolano. Abbiamo appena completato uno studio — in uscita su BMC Women’s Health — in cui abbiamo analizzato, con un approccio a metodi misti, l’impatto dei contenuti Instagram sulla percezione e sul comportamento motorio delle donne con diastasi. I risultati sono stati affascinanti. A seconda delle informazioni consultate, Instagram poteva avere un’influenza molto positiva oppure estremamente negativa, di bassa qualità e dannosa.
Credo che chi lavora nella fisioterapia — e nella salute in generale — abbia una responsabilità precisa, se sceglie di usare i social in modo professionale. Serve rigore. Riferimenti chiari a fonti affidabili. E serve consapevolezza: i formati brevi sono uno strumento potente, ma non devono sostituire la complessità del sapere.
Lei è attiva nella pratica clinica, nella ricerca e nella formazione. Come si alimentano tra loro queste tre aree?
Adoro il mix tra pratica clinica, ricerca e formazione. Sono ambiti diversi, ma per me inseparabili: si alimentano a vicenda in modo continuo. Le domande che mi pongo come clinica sono spesso il punto di partenza dei miei progetti di ricerca o delle lezioni che preparo. Se qualcosa mi risulta poco chiaro o difficile da gestire nella pratica quotidiana, so che lì c’è una direzione da esplorare. Allo stesso modo, ciò che scopro attraverso la ricerca torna direttamente nella clinica. E anche nella formazione: perché non ha senso insegnare senza aggiornare costantemente i contenuti.
E poi c’è una cosa che tengo sempre a dire: quando insegno, imparo. Sempre. Ogni corso, ogni discussione, ogni domanda degli studenti è un’occasione per vedere un tema da un’angolatura nuova. E questo, per me, è parte fondamentale del processo.
Sì, la sanità è ovunque sui social. E non sorprende: oggi è lì che le persone cercano risposte. Veloci, accessibili, a misura di scroll. Ma il problema è evidente: non esiste alcun filtro. Nessun controllo sulla qualità o sull’affidabilità delle informazioni che circolano. Abbiamo appena completato uno studio — in uscita su BMC Women’s Health — in cui abbiamo analizzato, con un approccio a metodi misti, l’impatto dei contenuti Instagram sulla percezione e sul comportamento motorio delle donne con diastasi. I risultati sono stati affascinanti. A seconda delle informazioni consultate, Instagram poteva avere un’influenza molto positiva oppure estremamente negativa, di bassa qualità e dannosa.
Credo che chi lavora nella fisioterapia — e nella salute in generale — abbia una responsabilità precisa, se sceglie di usare i social in modo professionale. Serve rigore. Riferimenti chiari a fonti affidabili. E serve consapevolezza: i formati brevi sono uno strumento potente, ma non devono sostituire la complessità del sapere.
Lei è attiva nella pratica clinica, nella ricerca e nella formazione. Come si alimentano tra loro queste tre aree?
Adoro il mix tra pratica clinica, ricerca e formazione. Sono ambiti diversi, ma per me inseparabili: si alimentano a vicenda in modo continuo. Le domande che mi pongo come clinica sono spesso il punto di partenza dei miei progetti di ricerca o delle lezioni che preparo. Se qualcosa mi risulta poco chiaro o difficile da gestire nella pratica quotidiana, so che lì c’è una direzione da esplorare. Allo stesso modo, ciò che scopro attraverso la ricerca torna direttamente nella clinica. E anche nella formazione: perché non ha senso insegnare senza aggiornare costantemente i contenuti.
E poi c’è una cosa che tengo sempre a dire: quando insegno, imparo. Sempre. Ogni corso, ogni discussione, ogni domanda degli studenti è un’occasione per vedere un tema da un’angolatura nuova. E questo, per me, è parte fondamentale del processo.

Il corso di oggi esplora un’area della fisioterapia ancora poco rappresentata nei programmi formativi tradizionali. Cosa rende questa proposta formativa così urgente oggi, secondo lei?
I fisioterapisti ricevono pochissime informazioni o formazione sulla DRA (diastasi dei retti addominali) durante il percorso universitario. In assenza di linee guida di alta qualità o definitive, è difficile sapere come affrontare questo problema con i pazienti. Lo studio che citavo prima, sull’influenza dei social media nella percezione e nel comportamento delle donne con DRA, ha evidenziato proprio questo: c’è un bisogno reale e urgente di formazione specifica e di qualità.
Più professionisti conoscono le evidenze disponibili, più aumenta la probabilità che le donne ricevano informazioni corrette, valutazioni adeguate e indicazioni utili.
Per questo sono davvero felice che SUPSI abbia scelto di dare spazio e priorità a questo tema. È un segnale importante, e spero che venga raccolto anche altrove.
I fisioterapisti ricevono pochissime informazioni o formazione sulla DRA (diastasi dei retti addominali) durante il percorso universitario. In assenza di linee guida di alta qualità o definitive, è difficile sapere come affrontare questo problema con i pazienti. Lo studio che citavo prima, sull’influenza dei social media nella percezione e nel comportamento delle donne con DRA, ha evidenziato proprio questo: c’è un bisogno reale e urgente di formazione specifica e di qualità.
Più professionisti conoscono le evidenze disponibili, più aumenta la probabilità che le donne ricevano informazioni corrette, valutazioni adeguate e indicazioni utili.
Per questo sono davvero felice che SUPSI abbia scelto di dare spazio e priorità a questo tema. È un segnale importante, e spero che venga raccolto anche altrove.
Aggregatore Risorse
-
- Modalità ibrida
- 14 novembre 2024
- Diurna
- Manno, stabile Piazzetta
- 15.0 ECTS
- 180 ore-lezione
-
- Modalità ibrida
- 06 giugno 2025
- Diurna
- Manno, stabile Piazzetta
- 1.5 ECTS
- 16 ore-lezione