Infermieristica forense
Violenza domestica: gli infermieri sono i primi a intercettarla - Blog Formazione continua
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“Sono caduta...”
Questa frase (breve, autosufficiente, sorprendentemente funzionale) ha una proprietà fondamentale: chiude. Chiude la sequenza causale (“è successo questo. Fine”). Chiude il campo delle domande (“non c’è altro da sapere”), ma chiude, soprattutto, la possibilità di pensare a ciò che è successo come a qualcosa di diverso da un incidente.
Al pronto soccorso frasi di questo tipo circolano con una frequenza tale da diventare parte del paesaggio linguistico, come il rumore dei monitor o l’odore dei disinfettanti. Non perché siano bugie, non nel senso classico e moralistico del termine almeno, ma perché sono sufficientemente vere. Vere quanto basta per sostenere il funzionamento ordinario della situazione.
Una delle principali capacità di chi lavora con vittime di violenza domestica è quella di non dare nulla per scontato. Che detta così sembra una frase da poster motivazionale, un po’ banale e adattabile a qualsiasi settore, ma nella pratica clinica significa qualcosa di molto più faticoso: disattivare l’automatismo interpretativo. Rinunciare alla chiusura rapida, a quella forma di sollievo cognitivo che deriva dal poter archiviare un evento. Accettare che ciò che si ha davanti non sia ancora leggibile, o lo sia solo in modo parziale e provvisorio.
La violenza domestica, infatti, non si presenta mai, o quasi, come “violenza domestica”. Si presenta come un insieme di narrazioni minimamente coerenti, non perché vere o false, ma perché sufficienti a reggere nel contesto in cui vengono pronunciate. Arriva sotto forma di spiegazioni attenuate, versioni ripulite, racconti che tengono insieme paura, incertezza, timore di non essere credute e vergogna. A volte (ed è uno dei passaggi più disturbanti) arriva accompagnata da un’idea che lavora in sottofondo, senza bisogno di essere formulata esplicitamente: se mi succede, forse, qualcosa ho fatto. Forse, me lo merito.
Semplificando: non tutte le persone che subiscono violenza sanno di subire violenza nel momento in cui la stanno subendo. La consapevolezza non è un interruttore acceso/spento. È un processo intermittente, fragile, spesso reversibile, soggetto a regressioni, arresti e riprese parziali. Qui i numeri aiutano a rendere il quadro un po’ più chiaro, ma non necessariamente più decifrabile. In Svizzera, su oltre 560’000 reati registrati in un anno, più di 21’000 riguardano la violenza domestica. Nel 70% dei casi le vittime sono donne. Solo nel 2024, 26 persone sono morte in questo contesto, in gran parte donne. Secondo il rapporto Cifre sulla violenza domestica in Svizzera (luglio 2024), solo tra il 10% e il 22% delle persone che subiscono violenza domestica si rivolge alla polizia.
Una delle principali capacità di chi lavora con vittime di violenza domestica è quella di non dare nulla per scontato. Che detta così sembra una frase da poster motivazionale, un po’ banale e adattabile a qualsiasi settore, ma nella pratica clinica significa qualcosa di molto più faticoso: disattivare l’automatismo interpretativo. Rinunciare alla chiusura rapida, a quella forma di sollievo cognitivo che deriva dal poter archiviare un evento. Accettare che ciò che si ha davanti non sia ancora leggibile, o lo sia solo in modo parziale e provvisorio.
La violenza domestica, infatti, non si presenta mai, o quasi, come “violenza domestica”. Si presenta come un insieme di narrazioni minimamente coerenti, non perché vere o false, ma perché sufficienti a reggere nel contesto in cui vengono pronunciate. Arriva sotto forma di spiegazioni attenuate, versioni ripulite, racconti che tengono insieme paura, incertezza, timore di non essere credute e vergogna. A volte (ed è uno dei passaggi più disturbanti) arriva accompagnata da un’idea che lavora in sottofondo, senza bisogno di essere formulata esplicitamente: se mi succede, forse, qualcosa ho fatto. Forse, me lo merito.
Semplificando: non tutte le persone che subiscono violenza sanno di subire violenza nel momento in cui la stanno subendo. La consapevolezza non è un interruttore acceso/spento. È un processo intermittente, fragile, spesso reversibile, soggetto a regressioni, arresti e riprese parziali. Qui i numeri aiutano a rendere il quadro un po’ più chiaro, ma non necessariamente più decifrabile. In Svizzera, su oltre 560’000 reati registrati in un anno, più di 21’000 riguardano la violenza domestica. Nel 70% dei casi le vittime sono donne. Solo nel 2024, 26 persone sono morte in questo contesto, in gran parte donne. Secondo il rapporto Cifre sulla violenza domestica in Svizzera (luglio 2024), solo tra il 10% e il 22% delle persone che subiscono violenza domestica si rivolge alla polizia.
Il CAS in infermieristica forense si colloca in questa terra di mezzo: prima della denuncia, prima della chiarezza, prima che la parola “violenza” sia nella testa della vittima
Questo scarto tra ciò che accade e ciò che viene formalizzato, ha conseguenze molto concrete. Nella maggior parte dei casi, le persone arrivano in ospedale prima di aver denunciato, con lesioni che richiedono cure, talvolta con un intervento chirurgico imminente. In assenza di una documentazione adeguata, ciò che viene trattato dal punto di vista clinico rischia di non essere più valutabile dal punto di vista medico-legale, come se il tempo necessario a curare coincidesse con quello che cancella le tracce.
È esattamente dentro questo spazio che, dal 2021 al 2023, il Centro competenze psicologia applicata della SUPSI, insieme all’Ente Ospedaliero Cantonale, ha posto una domanda volutamente scomoda: come si riconosce una vittima di violenza domestica in pronto soccorso?
Il pronto soccorso è un luogo epistemologicamente asimmetrico: arrivano prima i segni e poi, forse, i significati. Arrivano corpi lesionati prima di storie narrabili. Lividi, fratture, graffi. Le parole, quando arrivano, sono spesso già addomesticate, rese compatibili con l’urgenza e con la necessità di procedere. Funzionali, appunto. La ricerca ha mostrato quanto facilmente elementi decisivi possano essere persi se nessuno è formato a intercettarli. E quanto la raccolta dei dati, così come viene fatta, lasci spazio all’arbitrarietà, alla sensibilità individuale, all’interpretazione estemporanea, cioè a criteri che funzionano solo a posteriori, quando il danno è già avvenuto. E quindi la questione della formazione continua infermieristica diventa un punto strutturale del sistema, come condizione di possibilità del riconoscimento stesso.
Gli infermieri e le infermiere sono spesso i primi professionisti a intercettare questi segnali. Ma senza una formazione specifica il loro ruolo resta ambiguo: vedono, ma non possono trattenere; ascoltano, ma non sanno come documentare; intuiscono, ma non hanno strumenti per trasformare quell’intuizione in qualcosa che resti, in qualcosa che possa essere riutilizzato nel tempo. E no, la “sensibilità” non basta. La sensibilità senza strumenti produce due esiti ricorrenti: o l’evitamento (routine, distanza emotiva, minimizzazione) o l’invasione (forzare, anticipare, decidere al posto dell’altro). Entrambi chiudono, seppure in direzioni opposte.
È esattamente dentro questo spazio che, dal 2021 al 2023, il Centro competenze psicologia applicata della SUPSI, insieme all’Ente Ospedaliero Cantonale, ha posto una domanda volutamente scomoda: come si riconosce una vittima di violenza domestica in pronto soccorso?
Il pronto soccorso è un luogo epistemologicamente asimmetrico: arrivano prima i segni e poi, forse, i significati. Arrivano corpi lesionati prima di storie narrabili. Lividi, fratture, graffi. Le parole, quando arrivano, sono spesso già addomesticate, rese compatibili con l’urgenza e con la necessità di procedere. Funzionali, appunto. La ricerca ha mostrato quanto facilmente elementi decisivi possano essere persi se nessuno è formato a intercettarli. E quanto la raccolta dei dati, così come viene fatta, lasci spazio all’arbitrarietà, alla sensibilità individuale, all’interpretazione estemporanea, cioè a criteri che funzionano solo a posteriori, quando il danno è già avvenuto. E quindi la questione della formazione continua infermieristica diventa un punto strutturale del sistema, come condizione di possibilità del riconoscimento stesso.
Gli infermieri e le infermiere sono spesso i primi professionisti a intercettare questi segnali. Ma senza una formazione specifica il loro ruolo resta ambiguo: vedono, ma non possono trattenere; ascoltano, ma non sanno come documentare; intuiscono, ma non hanno strumenti per trasformare quell’intuizione in qualcosa che resti, in qualcosa che possa essere riutilizzato nel tempo. E no, la “sensibilità” non basta. La sensibilità senza strumenti produce due esiti ricorrenti: o l’evitamento (routine, distanza emotiva, minimizzazione) o l’invasione (forzare, anticipare, decidere al posto dell’altro). Entrambi chiudono, seppure in direzioni opposte.
Aggregatore Risorse
-
- In presenza
- 13 aprile 2026
- Diurna
- Manno, stabile Suglio
- 12.0 ECTS
- 160 ore-lezione
Formare infermieri in ambito forense significa fornire una competenza complessa: saper stare in una situazione senza risolverla subito, ma senza lasciarla evaporare. Saper documentare senza imporre una direzione. Saper tenere aperta una possibilità futura, anche quando quella possibilità non è ancora formulabile come scelta. Nei reparti centrali (pronto soccorso, ginecologia, terapie intensive, pediatria), la presenza di almeno due o tre infermieri con una formazione completa in infermieristica forense consente di garantire continuità, indipendentemente dai turni, dai fine settimana o dalle assenze. Detto brutalmente: significa non buttare via prove, storie, diritti prima ancora che qualcuno possa decidere cosa farne.
Il fatto che solo una minoranza delle persone che subiscono violenza domestica si rivolga alla polizia viene spesso letto come mancanza di coraggio. È una lettura pigra, perché attribuisce all’individuo ciò che è in larga parte una questione di tempo, contesto e condizioni di riconoscibilità. Denunciare è, oltre a un atto giuridico, una frattura biografica. Espone a conseguenze materiali, relazionali, economiche, simboliche. In molti casi la vera domanda non è “denuncio o no”? ma: “posso sopravvivere a ciò che succede dopo, se denuncio”? Il CAS in infermieristica forense si colloca in questa terra di mezzo: prima della denuncia, prima della chiarezza, prima che la parola “violenza” sia nella testa della vittima. Nel tempo sospeso in cui una persona dice “sono caduta” e non può ancora dire altro.
Gli effetti attesi riguardano, più che dei numeri precisi sulla quantità di infermieri da formare, la qualità delle cartelle cliniche, della documentazione e la possibilità, negli anni, di disporre di basi più solide per le valutazioni medico-legali, cioè di materiale che non debba essere interpretato retroattivamente in condizioni di perdita.
Formare infermieri capaci di stare in questo tempo è una necessità sistemica, perché è in questo tempo che il sistema decide, spesso senza saperlo, cosa sarà possibile vedere più avanti.
Il fatto che solo una minoranza delle persone che subiscono violenza domestica si rivolga alla polizia viene spesso letto come mancanza di coraggio. È una lettura pigra, perché attribuisce all’individuo ciò che è in larga parte una questione di tempo, contesto e condizioni di riconoscibilità. Denunciare è, oltre a un atto giuridico, una frattura biografica. Espone a conseguenze materiali, relazionali, economiche, simboliche. In molti casi la vera domanda non è “denuncio o no”? ma: “posso sopravvivere a ciò che succede dopo, se denuncio”? Il CAS in infermieristica forense si colloca in questa terra di mezzo: prima della denuncia, prima della chiarezza, prima che la parola “violenza” sia nella testa della vittima. Nel tempo sospeso in cui una persona dice “sono caduta” e non può ancora dire altro.
Gli effetti attesi riguardano, più che dei numeri precisi sulla quantità di infermieri da formare, la qualità delle cartelle cliniche, della documentazione e la possibilità, negli anni, di disporre di basi più solide per le valutazioni medico-legali, cioè di materiale che non debba essere interpretato retroattivamente in condizioni di perdita.
Formare infermieri capaci di stare in questo tempo è una necessità sistemica, perché è in questo tempo che il sistema decide, spesso senza saperlo, cosa sarà possibile vedere più avanti.