Salute mentale
L'eredità di Basaglia: intervista a Magda Chiesa sulla salute mentale in Ticino - Blog Formazione continua
SUPSI Image Default
- Diffondere
- L'eredità di Basaglia: intervista a Magda Chiesa sulla salute mentale in Ticino
Page Categories List
Parlare di Basaglia non è solo un esercizio di memoria. Psichiatra, riformatore, visionario. Negli anni Sessanta rivoluzionò l’approccio alla salute mentale partendo da un principio radicale: il malato è prima di tutto una persona e non la sua diagnosi.
A Gorizia e poi a Trieste, abbatté muri reali e simbolici, restituendo dignità a chi era stato escluso. La legge italiana 180 del 1978 – la chiusura dei manicomi – fu solo l’inizio. Per Basaglia, la vera rivoluzione stava nella formazione: cambiare le pratiche, sì, ma anche le teste. Oggi, la sua eredità vive nei servizi di salute mentale che puntano sull’inclusione, sul lavoro di rete e sulla relazione.
Approfondiamo il tema con Magda Chiesa, infermiera psichiatrica, formatrice e oggi Direttrice delle cure dell’OSC, dove continua a portare avanti – anche attraverso il DAS in salute mentale e psichiatria della Formazione continua SUPSI di cui è responsabile– una visione della cura fondata sull’ascolto e sulla dignità della persona.
D: Quali aspetti del pensiero di Basaglia possiamo considerare raggiunti? E su quali invece si può ancora migliorare?
R: “Siamo debitori a figure come Basaglia perché hanno tracciato delle linee ispiratrici fondamentali. Mi riferirò, per quanto mi riguarda, alla realtà che conosco meglio: il Ticino”. Sottolinea come alcuni aspetti della lezione basagliana siano stati effettivamente integrati nel tempo: la riduzione progressiva dei posti letto, la creazione di strutture di accoglienza e la promozione di modalità di cura più vicine al quotidiano delle persone: “Quando sono arrivata in ospedale, c’erano 300 posti letto. Oggi ne gestiamo circa 146. Abbiamo investito in modelli alternativi come l’home treatment, attivato nel 2016 sul territorio del Bellinzonese e dal 2024 esteso anche al Luganese, che consente il ricovero in regime stazionario presso il domicilio del paziente”.
Attualmente i posti letto in regime di home treatment in Ticino sono 24: 10 nel Bellinzonese e 14 nel Luganese. Un cambiamento rilevante, confermato da una ricerca condotta in collaborazione con la SUPSI, che ha evidenziato l’alto grado di apprezzamento di questo tipo di presa in carico da parte dei pazienti e delle loro famiglie. Eppure, ogni nuovo modello comporta scelte organizzative ed economiche: “le risorse sono determinate: aprire nuovi letti in regime di home treatment significa rivedere la distribuzione di quelle esistenti, riducendo i posti in clinica". Un altro aspetto fondamentale riguarda l’umanizzazione delle cure. In questo ambito, la psichiatria pubblica ticinese ha mantenuto nel tempo una particolare attenzione: “Già negli anni Settanta esisteva una scuola per infermieri in psichiatria. Si trattava di una professionalizzazione importante: prima, l’assistenza era spesso affidata a persone senza formazione”. La progressiva apertura dei reparti, l’abbandono della contenzione fisica e un approccio sempre più multidisciplinare e integrato alla malattia mentale sono tutti segnali di una trasformazione profonda: “In termini di umanizzazione e integrazione sociale, molto è stato fatto. Ma non possiamo dire che il percorso sia completato”.
D: Quali sono oggi le principali criticità nell'accesso alle cure psichiatriche e come si può migliorare l’intervento precoce?
R:“La sfida principale è rafforzare i servizi territoriali, aumentare la capillarità degli interventi e potenziare le strutture a bassa soglia”. L’intervento tempestivo è decisivo: migliora la prognosi e può evitare il ricorso al ricovero “che rappresenta una frattura nella traiettoria di vita di una persona”.
D: In che modo si può restituire voce e cittadinanza alle persone con disturbi psichici?
R: Una delle risposte è arrivata attraverso i club terapeutici: “Abbiamo il Club 74 a Casvegno, e strutture simili nei centri diurni di Locarno, Chiasso e Lugano, ciascuno con il proprio club dei pazienti”. Recentemente, utenti del Centro abitativo, ricreativo e di lavoro (CARL) – struttura riabilitativa dell’OSC – hanno dato vita all’associazione SPAMM. “Sono strumenti concreti per dare più voce ai pazienti”. Un’altra forma molto interessante di attivismo delle persone che hanno avuto un problema psichico è quella dei “peer” o pari per esperienza. Si tratta di persone che hanno attraversato l’esperienza della malattia e che, una volta raggiunto un buon equilibrio, possono mettere la loro competenza al servizio degli altri, entrando a pieno titolo nelle équipe di cura: “spero di veder realizzato questo sogno prima di andare in pensione”; scherza: “per fortuna mi manca ancora un po’”.
D: Quali altri ambiti andrebbero potenziati?
R: Ci sono tre priorità: prevenzione primaria, integrazione lavorativa e housing sociale. La promozione della salute mentale deve diventare capillare, fin dalle scuole. Servono programmi che riducano lo stigma e rafforzino i fattori protettivi. Il tema dell’housing sociale, risulta forse il più delicato: "Tante persone con disagio psichico perdono la casa e non riescono più a gestire un alloggio autonomamente. Servono soluzioni abitative flessibili, che puntino all’autonomia ma siano anche protette".
D: Qual è la situazione della formazione in ambito psichiatrico oggi in Ticino?
R: Le scuole sanitarie e sociali del cantone mostrano una buona sensibilità. Lei stessa, d’altronde, ha contribuito a diffondere l’approccio basagliano attraverso il DAS in salute mentale e psichiatria lotta allo stigma, umanizzazione della cura, centralità della persona, sospensione del giudizio. Ciò nonostante: “Ci sono realtà ancora ancorate al modello biomedico, e questo può creare tensioni culturali all’interno delle équipe”. La sua proposta? Promuovere il dialogo fra approcci plurali, valorizzare le diversità come risorsa e formare operatori capaci di affrontare la complessità.
R: “Siamo debitori a figure come Basaglia perché hanno tracciato delle linee ispiratrici fondamentali. Mi riferirò, per quanto mi riguarda, alla realtà che conosco meglio: il Ticino”. Sottolinea come alcuni aspetti della lezione basagliana siano stati effettivamente integrati nel tempo: la riduzione progressiva dei posti letto, la creazione di strutture di accoglienza e la promozione di modalità di cura più vicine al quotidiano delle persone: “Quando sono arrivata in ospedale, c’erano 300 posti letto. Oggi ne gestiamo circa 146. Abbiamo investito in modelli alternativi come l’home treatment, attivato nel 2016 sul territorio del Bellinzonese e dal 2024 esteso anche al Luganese, che consente il ricovero in regime stazionario presso il domicilio del paziente”.
Attualmente i posti letto in regime di home treatment in Ticino sono 24: 10 nel Bellinzonese e 14 nel Luganese. Un cambiamento rilevante, confermato da una ricerca condotta in collaborazione con la SUPSI, che ha evidenziato l’alto grado di apprezzamento di questo tipo di presa in carico da parte dei pazienti e delle loro famiglie. Eppure, ogni nuovo modello comporta scelte organizzative ed economiche: “le risorse sono determinate: aprire nuovi letti in regime di home treatment significa rivedere la distribuzione di quelle esistenti, riducendo i posti in clinica". Un altro aspetto fondamentale riguarda l’umanizzazione delle cure. In questo ambito, la psichiatria pubblica ticinese ha mantenuto nel tempo una particolare attenzione: “Già negli anni Settanta esisteva una scuola per infermieri in psichiatria. Si trattava di una professionalizzazione importante: prima, l’assistenza era spesso affidata a persone senza formazione”. La progressiva apertura dei reparti, l’abbandono della contenzione fisica e un approccio sempre più multidisciplinare e integrato alla malattia mentale sono tutti segnali di una trasformazione profonda: “In termini di umanizzazione e integrazione sociale, molto è stato fatto. Ma non possiamo dire che il percorso sia completato”.
D: Quali sono oggi le principali criticità nell'accesso alle cure psichiatriche e come si può migliorare l’intervento precoce?
R:“La sfida principale è rafforzare i servizi territoriali, aumentare la capillarità degli interventi e potenziare le strutture a bassa soglia”. L’intervento tempestivo è decisivo: migliora la prognosi e può evitare il ricorso al ricovero “che rappresenta una frattura nella traiettoria di vita di una persona”.
D: In che modo si può restituire voce e cittadinanza alle persone con disturbi psichici?
R: Una delle risposte è arrivata attraverso i club terapeutici: “Abbiamo il Club 74 a Casvegno, e strutture simili nei centri diurni di Locarno, Chiasso e Lugano, ciascuno con il proprio club dei pazienti”. Recentemente, utenti del Centro abitativo, ricreativo e di lavoro (CARL) – struttura riabilitativa dell’OSC – hanno dato vita all’associazione SPAMM. “Sono strumenti concreti per dare più voce ai pazienti”. Un’altra forma molto interessante di attivismo delle persone che hanno avuto un problema psichico è quella dei “peer” o pari per esperienza. Si tratta di persone che hanno attraversato l’esperienza della malattia e che, una volta raggiunto un buon equilibrio, possono mettere la loro competenza al servizio degli altri, entrando a pieno titolo nelle équipe di cura: “spero di veder realizzato questo sogno prima di andare in pensione”; scherza: “per fortuna mi manca ancora un po’”.
D: Quali altri ambiti andrebbero potenziati?
R: Ci sono tre priorità: prevenzione primaria, integrazione lavorativa e housing sociale. La promozione della salute mentale deve diventare capillare, fin dalle scuole. Servono programmi che riducano lo stigma e rafforzino i fattori protettivi. Il tema dell’housing sociale, risulta forse il più delicato: "Tante persone con disagio psichico perdono la casa e non riescono più a gestire un alloggio autonomamente. Servono soluzioni abitative flessibili, che puntino all’autonomia ma siano anche protette".
D: Qual è la situazione della formazione in ambito psichiatrico oggi in Ticino?
R: Le scuole sanitarie e sociali del cantone mostrano una buona sensibilità. Lei stessa, d’altronde, ha contribuito a diffondere l’approccio basagliano attraverso il DAS in salute mentale e psichiatria lotta allo stigma, umanizzazione della cura, centralità della persona, sospensione del giudizio. Ciò nonostante: “Ci sono realtà ancora ancorate al modello biomedico, e questo può creare tensioni culturali all’interno delle équipe”. La sua proposta? Promuovere il dialogo fra approcci plurali, valorizzare le diversità come risorsa e formare operatori capaci di affrontare la complessità.
"La formazione non può restare ferma: deve aggiornarsi costantemente per rispondere a bisogni che, in quest’ambito, cambiano molto in fretta".
D: Come dovrebbe evolvere la formazione per rispondere alle nuove sfide della salute mentale?
R: La formazione deve diventare sempre più interdisciplinare e continua. Il punto di partenza è riconoscere che i disturbi psichici non sono appannaggio esclusivo della psichiatria: “Li incontriamo ovunque – in geriatria, nella disabilità, nelle cure a domicilio,...” Per questo è fondamentale che tutti i professionisti sanitari abbiano una formazione di base solida nella gestione del disagio psichico. L’esigenza è dimostrata anche dall’aumento degli iscritti al DAS in salute mentale e psichiatria: “Un tempo avevo classi da 15-18 infermieri. Oggi siamo a 34, e molti provengono da ambiti non specialistici.” Un altro tema è l’incontro con l’alterità: “La psicosi è già di per sé un mondo altro. Se ci aggiungiamo l’interculturalità, il lavoro clinico richiede competenze ancora maggiori". Siamo in una società globalizzata dove le differenze culturali, linguistiche e religiose entrano sempre più spesso nel setting terapeutico. “Anche per questo è necessaria la formazione continua. La formazione non può restare ferma: deve aggiornarsi costantemente per rispondere a bisogni che, in quest’ambito, cambiano molto in fretta”.
D: Negli ultimi anni si parla molto di salute mentale, anche sui social. È davvero un bene? O c’è la possibilità che tanta esposizione sia più distorsiva che utile?
R: “Il fatto che oggi se ne parli di più, è un progresso”. Il rischio della sovraesposizione, soprattutto sui social, è reale, ma il fatto stesso di parlarne ha contribuito a ridurre lo stigma, a rendere più accessibili certi vissuti, e ad aprire varchi prima impensabili: “Penso a quando l’universo del disturbo psichico era solo ignorato o temuto. Oggi la depressione, l’ansia, i disturbi alimentari sono almeno riconosciuti come parte del dibattito pubblico. Questo può aiutare le persone a dare un nome alla propria sofferenza e a chiedere aiuto”. Ma, precisa: “resta forte il tabù sulle esperienze più disturbanti, come le psicosi o i gravi disturbi di personalità”. C’è un altro dato che preoccupa: “abbiamo aumentato la sensibilità, ma anche la vulnerabilità. I ragazzi oggi sono più fragili, e dobbiamo ripensare i programmi di prevenzione per renderli davvero efficaci”.
D: Qual è il ruolo delle diagnosi? Possono aiutare o rischiano di imprigionare?
R: “È una tensione continua fra bisogno di classificare e quello di comprendere nel senso più fenomenologico del termine”, ammette Chiesa. Da un lato, la diagnosi può offrire un orientamento, una possibilità di comprensione e intervento precoce. Dall’altro, se usata in modo rigido, rischia di ridurre la persona alla sua etichetta clinica. L’implicazione più seria è la stigmatizzazione – non solo quella sociale, ma anche quella che il paziente interiorizza. Troppa leggerezza diagnostica può trasformare anche vissuti comuni in patologie da medicalizzare. La diagnosi, dunque, va maneggiata con cautela: “Non è una sentenza. Può aiutare, ma solo se restituita alla persona assieme a un messaggio chiaro:hai le risorse per riuscire e agire nel mondo”.
D: Come si possono rafforzare i servizi territoriali, oggi sotto pressione?
R: “Stiamo osservando una pressione crescente sulla clinica cantonale, anche da parte di pazienti che potrebbero essere seguiti altrove”. Un ritorno all’ospedalizzazione e a modelli che si credevano superati, sarebbe pericoloso: “L’ospedale può rappresentare un aiuto puntuale importante, ma può anche generare dipendenza, non aiuta l’autonomia. Bisogna investire sul territorio, con soluzioni proporzionate ai bisogni reali. Per quanto l’istituzione sia ben organizzata, non potrà mai sostituire il recupero dell’autonomia nella vita reale”.
D: E le famiglie? Che ruolo possono giocare?
R: “Hanno un ruolo essenziale, ma spesso invisibile”. Le famiglie arrivano spesso esauste ai servizi psichiatrici, dopo aver tentato tutto da sole: “Vanno sostenute attivamente, rassicurate talvolta anche rispetto al fatto di non essere causa della malattia del proprio caro”. Servono interventi mirati di accompagnamento, perché aiutare il paziente significa aiutare tutto il sistema familiare: “Una famiglia forte può offrire quel senso di appartenenza che permette, paradossalmente, anche di separarsi e diventare autonomi”.
D: Le tecnologie digitali possono essere un’opportunità o un ostacolo per la salute mentale?
R: “Dipende da come le usi”. Porta l’esempio dei ragazzi hikikomori: “Il loro unico contatto col mondo è lo schermo. Togliere la tecnologia potrebbe essere inizialmente controproducente. Meglio trasformarla in risorsa”. Esistono già app di riabilitazione cognitiva e strumenti di telemedicina utili nel supportare l’home treatment, ma, nessuna tecnologia può sostituire la relazione: “Il primo strumento di cura resta il curante, nella sua umanità. E questo non si può delegare a un algoritmo”.
R: La formazione deve diventare sempre più interdisciplinare e continua. Il punto di partenza è riconoscere che i disturbi psichici non sono appannaggio esclusivo della psichiatria: “Li incontriamo ovunque – in geriatria, nella disabilità, nelle cure a domicilio,...” Per questo è fondamentale che tutti i professionisti sanitari abbiano una formazione di base solida nella gestione del disagio psichico. L’esigenza è dimostrata anche dall’aumento degli iscritti al DAS in salute mentale e psichiatria: “Un tempo avevo classi da 15-18 infermieri. Oggi siamo a 34, e molti provengono da ambiti non specialistici.” Un altro tema è l’incontro con l’alterità: “La psicosi è già di per sé un mondo altro. Se ci aggiungiamo l’interculturalità, il lavoro clinico richiede competenze ancora maggiori". Siamo in una società globalizzata dove le differenze culturali, linguistiche e religiose entrano sempre più spesso nel setting terapeutico. “Anche per questo è necessaria la formazione continua. La formazione non può restare ferma: deve aggiornarsi costantemente per rispondere a bisogni che, in quest’ambito, cambiano molto in fretta”.
D: Negli ultimi anni si parla molto di salute mentale, anche sui social. È davvero un bene? O c’è la possibilità che tanta esposizione sia più distorsiva che utile?
R: “Il fatto che oggi se ne parli di più, è un progresso”. Il rischio della sovraesposizione, soprattutto sui social, è reale, ma il fatto stesso di parlarne ha contribuito a ridurre lo stigma, a rendere più accessibili certi vissuti, e ad aprire varchi prima impensabili: “Penso a quando l’universo del disturbo psichico era solo ignorato o temuto. Oggi la depressione, l’ansia, i disturbi alimentari sono almeno riconosciuti come parte del dibattito pubblico. Questo può aiutare le persone a dare un nome alla propria sofferenza e a chiedere aiuto”. Ma, precisa: “resta forte il tabù sulle esperienze più disturbanti, come le psicosi o i gravi disturbi di personalità”. C’è un altro dato che preoccupa: “abbiamo aumentato la sensibilità, ma anche la vulnerabilità. I ragazzi oggi sono più fragili, e dobbiamo ripensare i programmi di prevenzione per renderli davvero efficaci”.
D: Qual è il ruolo delle diagnosi? Possono aiutare o rischiano di imprigionare?
R: “È una tensione continua fra bisogno di classificare e quello di comprendere nel senso più fenomenologico del termine”, ammette Chiesa. Da un lato, la diagnosi può offrire un orientamento, una possibilità di comprensione e intervento precoce. Dall’altro, se usata in modo rigido, rischia di ridurre la persona alla sua etichetta clinica. L’implicazione più seria è la stigmatizzazione – non solo quella sociale, ma anche quella che il paziente interiorizza. Troppa leggerezza diagnostica può trasformare anche vissuti comuni in patologie da medicalizzare. La diagnosi, dunque, va maneggiata con cautela: “Non è una sentenza. Può aiutare, ma solo se restituita alla persona assieme a un messaggio chiaro:hai le risorse per riuscire e agire nel mondo”.
D: Come si possono rafforzare i servizi territoriali, oggi sotto pressione?
R: “Stiamo osservando una pressione crescente sulla clinica cantonale, anche da parte di pazienti che potrebbero essere seguiti altrove”. Un ritorno all’ospedalizzazione e a modelli che si credevano superati, sarebbe pericoloso: “L’ospedale può rappresentare un aiuto puntuale importante, ma può anche generare dipendenza, non aiuta l’autonomia. Bisogna investire sul territorio, con soluzioni proporzionate ai bisogni reali. Per quanto l’istituzione sia ben organizzata, non potrà mai sostituire il recupero dell’autonomia nella vita reale”.
D: E le famiglie? Che ruolo possono giocare?
R: “Hanno un ruolo essenziale, ma spesso invisibile”. Le famiglie arrivano spesso esauste ai servizi psichiatrici, dopo aver tentato tutto da sole: “Vanno sostenute attivamente, rassicurate talvolta anche rispetto al fatto di non essere causa della malattia del proprio caro”. Servono interventi mirati di accompagnamento, perché aiutare il paziente significa aiutare tutto il sistema familiare: “Una famiglia forte può offrire quel senso di appartenenza che permette, paradossalmente, anche di separarsi e diventare autonomi”.
D: Le tecnologie digitali possono essere un’opportunità o un ostacolo per la salute mentale?
R: “Dipende da come le usi”. Porta l’esempio dei ragazzi hikikomori: “Il loro unico contatto col mondo è lo schermo. Togliere la tecnologia potrebbe essere inizialmente controproducente. Meglio trasformarla in risorsa”. Esistono già app di riabilitazione cognitiva e strumenti di telemedicina utili nel supportare l’home treatment, ma, nessuna tecnologia può sostituire la relazione: “Il primo strumento di cura resta il curante, nella sua umanità. E questo non si può delegare a un algoritmo”.
Aggregatore Risorse
-
- In presenza
- 01 ottobre 2025
- Diurna
- Manno, stabile Suglio
- 35.0 ECTS
- 384 ore-lezione